Ridare un senso al tempo

IL NIENTE IN CUI VIVONO TANTI GIOVANI SI CHIAMA MANCANZA DI STIMOLI DI PROFESSORI E ADULTI CHE SI FACCIANO RISPETTARE E RISVEGLINO IL LORO INTERESSE

di Mauro Grimoldi

Maurizio scrive sei righe in mezz’ora: ha una calligrafia stentata (il suo nome lo si decifra a fatica sul bordo superiore sinistro del foglio di carta) e non usa quasi alcun segno di punteggiatura. Non sa scrivere, Maurizio, ma conosce Dante, le bare infuocate, così le chiama, dove per punizione qualcuno era tenuto a soffrire per la vita. Perché la vita, per questo ragazzo, è lunga, infinita come l’eternità. «Mi ricordano gli ebrei ad Auschwitz, quando li buttavano nei forni vivi». È il suo commento. Può capitare, e capita spesso, di ritrovare qualcosa di dantesco nelle parole che questi ragazzi usano per descrivere i tratti della loro avventura scolastica. Sono parole trovate, ricevute magari senza sapere da chi o quando o perche; parole che vanno in giro come navi che solcano il mare e, di porto in porto, caricano e scaricano la loro merce di vita. L’inferno di questi ragazzi, quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme (I. Calvino) si chiama niente.

Il primo anno in cui sono stato bocciato – scrive con l’amarezza del veterano il giovane Roberto – ho avuto una professoressa di matematica che non si faceva rispettare e uno dei miei compagni l’ha quasi picchiata.

Però non è questo il punto. Il punto è che tutta la classe faceva casino e lei non diceva mai niente, alla fine non si imparava mai niente. Non è bello imparare mai niente, perché alla fine quelle cose ti servono. La mia sfortuna è stata fare un altro anno con un altro professore di matematica che non si faceva rispettare. E quindi era sempre la stessa cosa, cioè che non si imparava mai niente». Sempre niente, anzi sempre mai niente: ecco il mostro, l’immonda bestia, menzognera e malvagia, la fiera con la coda aguzza, che passa i monti e rompe i muri. Cosa diventa il tempo quando è sempre la stessa cosa e questa cosa è niente, mai niente? Noia, dal momento che, come scriveva Eliot, senza significato non c’è tempo. «La scuola è una noia perché non trovavo niente di interessante durante le lezioni. Oltre a non piacermi le lezioni, non trovavo piacere a svolgere i compiti, studiare, fare le ricerche… Non avevo stimoli che mi portassero a lavorare e a farmi capire che quello che stavo facendo aveva uno scopo e una fine». Scrive proprio così Federico: una fine, non un fine. Sarebbe da correggere, dirgli che si scrive al maschile e non al femminile. 0 forse sarebbe da pensarci su, sul fine e la fine.

«Redeem the time». Redimi il tempo, invoca ancora Eliot nel Mercoledì delle ceneri. Redimi il tempo, dagli consistenza, dagli significato, densità, porta l’eterno nel tempo. Questo è dunque davvero il tempo della tensione fra la morte e la nascita. Oggi è più che mai vero quel che disse Gesù a Nicodemo: se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio. Mi spiego: facevo l’Università quando conobbi una ragazza, allora ventenne, che portava sulle spalle il suo fardello di miseria: un aborto. Un pungolo la dilaniava. Si decise un giorno a confessarsi, dopo anni che non frequentava la Chiesa. La portai da un vecchio sacerdote in una stupenda basilica milanese e il breve tragitto che separava l’ateneo dalla chiesa fu un tormentoso oscillare tra paura e desiderio. Rimase nel confessionale per quasi un’ora. Alla fine uscì piangendo, ma il volto era raggiante, libero. Era rinata. Questo mi pare dica Holderlin nell’inno dedicato al Reno quando afferma: «Il più lo può la nascita e il raggio di luce che al neonato va incontro». Se c’è una nascita, una generazione, ci vogliono padri e madri, che sappiano esserlo anche quando i figli non vogliono essere figli e se ne vanno. Insomma, c’è solo la lotta per riguadagnare quel che è stato perso e trovato e perso ancora e ancora: e ora, in condizioni che appaiono sfavorevoli. (T.S.Eliot)

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